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Maurice Borrmans ha riunito in un volume, dal titolo “Dialogue
islamo-chrétien à temps et contretemps” (ed. Saint-Paul),
una serie di suoi articoli e interventi, dal 1987 al 2001, sulla possibilità
auspicabile di un dialogo tra musulmani e cristiani. Un libro prezioso perché
è possibile cogliervi una sintesi delle problematiche che si addensano
quando si cerca realisticamente un contatto e un dialogo con l’Islam. Fermiamoci
ad esaminare solo tre tematiche tra quelle presentate: l’Islam e la pace,
l’Islam e i diritti dell’uomo, l’Islam e la modernità. Attualmente nel mondo musulmano vi sono tre correnti di opinioni nei riguardi della guerra e della pace. Una trova la sua formulazione nel libro “L’Islam et la paix” di Muhammad ‘Aziz Lahbabi, direttore della Società Marocchina di Filosofia, che considera il jihad una guerra interiore per vincere le contraddizioni dell’anima e, ricordando come ogni essere è sacro, rifiuta il “postulato della guerra-fatalità” e asserisce che tutte “le opere degli uomini andrebbero sacralizzate”. Altra è l’opinione di Muhammad Fadil al-Jammali, già Ministro del governo iracheno, per il quale il jihad è la risposta difensiva contro le aggressioni politiche, economiche, culturali e religiose. Gli errori e tutte le forme di corruzione e trasgressione vanno combattute: la guerra difensiva è obbligatoria. Infine l’egiziano Sayyid Qutb, esponente del pensiero dei Fratelli Musulmani, concepisce invece l’Islam come un lotta non solo morale ma anche militare: ogni musulmano deve essere un guerriero. La guerra cioè fa parte dell’essenza dell’Islam, che nel suo attivismo espansionistico missionario tende a liberare l’umanità e a far sì che essa sia governata secondo i principi della Chari’a (legge positiva divina, invariabile e definitiva). Emergono quindi tendenze contraddittorie e attitudini opposte, che trovano poi eco in preghiere, che chiedono a Dio la forza per l’Islam al fine di annientare i giudei e i loro alleati come anche tutti gli altri infedeli, e nella richiesta politica insistente che nelle leggi civili trovi totale applicazione la Chari’a. Borrmans tuttavia si mostra ottimista affermando che anche in mezzo ai musulmani ci sono uomini di pace. Una questione di importanza capitale è quella del possibile riconoscimento, da parte dei musulmani, della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, firmata nel 1948 da 44 stati. Nel contesto islamico esistono due recenti fondamentali Dichiarazioni sui diritti dell’uomo: la prima del 4 agosto 1990, da parte della Organizzazione della Conferenza Islamica, la seconda è la Carta araba dei diritti dell’uomo, redatta il 15 settembre 1994 dalla Lega dei Paesi Arabi. Questi documenti erano stati preceduti nel settembre del 1981 da una Dichiarazione del Consiglio Islamico d’Europa. Il primo problema che si presenta è quello di una possibile convergenza di questi tre documenti al fine di ricavarne un valore comune a tutto il mondo islamico; il secondo problema riguarda il linguaggio, che presenta un vocabolario giuridicamente impreciso, per esempio quando si tratta di stabilire il significato del termine Umma (Comunità Islamica Internazionale), cioè quali popoli o stati ne facciano parte, o quando si tratta di stabilire il significato di “legge” (legge positiva umana o legge positiva divina?). Ma il problema di fondo è la divergenza del mondo islamico da quello non islamico sul fondamento dei diritti dell’uomo: i testi musulmani hanno un approccio confessionale, per cui “tutti i diritti fondamentali e tutte le libertà universali fanno parte integrante della religione islamica”. Sono allora diritti universali o dei soli musulmani? Infine alcune dichiarazioni di principio non trovano riscontro nelle formulazioni concrete dei singoli stati, per es. sui diritti della donna e sulla libertà di culto. Del resto conviene anche notare come il “diritto naturale” viene giudicato dai musulmani “laico”, cioè ateo. Come superare queste difficoltà e risolvere le divergenze? L’autore suggerisce di cercare il comune accordo su un concetto ampiamente condiviso, quello della dignità umana, e di rielaborare i diritti universali dell’uomo perché corrispondano alle diverse culture dei popoli. Un quesito interessante è quello sull’atteggiamento dei musulmani nei riguardi della modernità, un problema complesso, data l’estrema diversità delle aree culturali del mondo islamico. L’attitudine generale sembra essere ambigua, cioè di accettazione della scienza e del progresso tecnico, purché non vengano modificate le strutture sociali e familiari. Alcuni studiosi distinguono nell’Islam un rifiuto ideologico della modernità da una accettazione storica, pronosticando la vittoria di quest’ultima. Una questione connessa al tema dell’accettazione della modernità è il rinnovamento degli studi coranici: metodi moderni di lettura del Corano sono in via di elaborazione, ma la ricerca procede a tentoni. Ma l’aspetto cruciale della modernità è l’accettazione della separazione della religione dallo stato: qui la ricerca è più avanzata e vi sono stati islamici del tutto modernizzati nelle loro strutture governative e sociali e altri invece che si rifanno ad una Comunità musulmana internazionale, l’Umma, quale organizzazione politica unitaria, che deve avere alla sua testa un califfo, vicario dell’Inviato di Allah. Di fatto agli occhi dei musulmani la modernità appare per molti versi troppo occidentale e cristiana. L’esempio della Chiesa cattolica che intende evangelizzare la modernità (cfr. Concilio Vaticano II) è difficilmente recepibile: cosa può significare “islamizzare la modernità”? Che del resto sarebbe forse impresa più ardua della modernizzazione dell’Islam. L’attacco terroristico dell’11 settembre 2001, gli interventi militari in Afghanistan, la recrudescenza del confronto israelitico-palestinese, sembrano aver precipitato nuovamente il mondo nei suoi pregiudizi classici: integrismo da parte islamica, xenofobia nei paesi non musulmani nei riguardi degli islamici. Un “uomo vestito di bianco”, Giovanni Paolo II ha invitato a non cedere alla tentazione dell’odio e della violenza, ma ad impegnarsi a servizio della giustizia e della pace, e ha chiesto a cristiani e musulmani di intensificare la preghiera a l’unico Dio, l’onnipotente, che ci ha creato. Pessimismo e speranza sono i due poli tra i quali si dibatte chiunque s’impegna nel dialogo. Le ragioni della speranza riposano sugli sforzi di molti cristiani e musulmani nel difendere la vita, la famiglia e praticare l’aiuto reciproco. E’ necessario però superare i pregiudizi dei cristiani nei riguardi di un Islam considerato sinonimo di fatalismo, giuridismo, lassismo, immobilismo, mentre i musulmani debbono andare oltre ciò che il Corano dice del cristianesimo e apprezzare positivamente gli ideali morali cristiani. Il dialogo islamo-cristiano esige di intraprendere l’impossibile e di accettare il provvisorio. Dario Rezza |
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