Tra gli immigrati musulmani in Europa si verificano conversioni a una fede diversa da quella islamica: sulla base di una proiezione di dati certi, riferiti alla diocesi di Torino, circa 500 di essi in Italia ogni anno chiedono il battesimo nella chiesa cattolica. Nella nostra visione moderna è un fenomeno che rientra nel diritto di libertà religiosa di ogni individuo e che non può essere sottoposto a sanzioni da parte dello stato. Diversa è invece la posizione islamica: l’abbandono dell’Islam è considerato un reato, reato di apostasia.

Il Corano tuttavia non prevede per l’apostasia alcuna punizione in questa vita, ma unicamente un abbandono da parte di Dio: “Coloro che hanno creduto, quindi negato la fede, poi creduto e rinnegato la fede ancora una volta e divenuti ancora più miscredenti, Dio non li perdonerà, né li guiderà per il giusto sentiero” (IV,137), ma sono previste situazioni in cui il miscredente può continuare a vivere nella stessa comunità musulmana, anche se c’è l’ingiunzione di sciogliere il matrimonio dell’apostata (II,221). La giurisprudenza classica islamica prevede invece la pena di morte per l’apostata. Un ahadith, cioè un detto attribuito dalla tradizione a Muhammad, afferma: “Colui che cambia fede uccidetelo”.

Il concetto di apostasia (ridda) in tale giurisprudenza è molto vago ed estremamente fluido: non viene di certo visto come un passaggio libero ad un’altra fede, ma come un ritorno alla miscredenza (kufr). E tale apostasia può esprimersi in vari modi: come negazione dell’esistenza di Dio o associando altre divinità a Dio; come negazione di Muhammad quale definitivo messaggero di Dio o negazione del valore vincolante della sunna (detti o comportamenti del profeta oralmente tramandati); come rifiuto della preghiera cinque volte al giorno o del ramadan; ma può anche attuarsi giudicando in modo diverso rispetto alla sharia (la legge sacra dell’Islam) o aggiungendo ad essa altre norme; oppure schernendo un qualsiasi aspetto dell’Islam con atti o espressioni intenzionalmente, o anche solo scherzosamente, blasfemi. Il termine è stato usato perfino per indicare la rivolta delle tribù beduine dopo la morte di Muhammad. Non esiste comunque nel mondo islamico una lista unica degli atti di apostasia.

Pensare ad una riforma della società islamica su questo punto è estremamente difficile: bisognerebbe trasformare la natura stessa della sharia, cioè di legge religiosa, divinamente ispirata, e civile nello stesso tempo, così come è conosciuta ed accettata dai musulmani. Si tratta in definitiva di prospettare la laicità dello stato, unica condizione possibile perché si riconosca la libertà religiosa dell’individuo. Un superamento del conservatorismo difensivo delle élites potrebbe avvenire solo promuovendo un pensiero critico sul dissenso e la libertà di discussione all’interno del mondo musulmano, ma finché la comunità internazionale non s’impegnerà a creare migliori condizioni perché ciò avvenga, resta pura utopia.

Al presente gli stati europei devono impegnarsi a far rispettare, almeno sul proprio territorio nazionale, il diritto dei singoli musulmani a scegliere un religione diversa, senza essere sottoposti a minacce o ricatti. Ma è necessario anche ribadire che non è ipotizzabile che vengano introdotte mentalità e costumi contrari al rispetto della libertà individuale in campo religioso, così come essa è contemplata nelle varie costituzioni di ogni stato, e come ci si appresta a sancire nella costituzione europea.

Da parte della chiesa cattolica è stata avanzata una seria preoccupazione per la serenità di persone e famiglie che vivono nei nostri paesi e che, pur provenendo da matrice islamica, hanno fatto scelte religiose diverse e sono ora costrette a vivere nella clandestinità la propria fede. Rispetto per queste scelte c’è nella maggioranza silenziosa dei musulmani che vivono in Italia, di coloro che coniugano ogni giorno la loro fede col buon senso. Assertori di discriminazione e di violenza sono qui da noi soltanto i paladini della “religione massimalista”, cioè quelle élites appunto che tendono a conservare, anche con l’intimidazione, il controllo delle comunità con finalità più politiche che religiose. è ora che vengano tutelati i diritti dei neocristiani che provengono dall’Islam e che sono costretti a nascondere la propria fede, ed è necessario che la comunità cristiana offra loro il sostegno per uscire dalle “catacombe” in cui sono confinati.

Dario Rezza

torna a: SOMMARIO

torna alla sezione: Islâm