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prima parte la Seconda parte è stata pubblicata su Confraternite Oggi N. 17/2004, p. 6 Fin dai primi tempi dell’Islam, in particolare dopo la sua repentina diffusione e la conseguente ricchezza che ne derivava, nacque in molti musulmani, uomini e donne, il desiderio di ritorno alla purezza e alla povertà delle origini. I contatti con l’ambiente monastico (il Corano cita i monaci come modelli di uomini pii, vedi 52, 27) hanno certamente favorito, fin dai primi secoli dell’era islamica, questa aspirazione in molti che, desiderosi di una vita spirituale più profonda, si sono sottoposti ad una ascetica vita di preghiera e meditazione intensa per raggiungere l’unione con Dio. Essi venivano detti sufi (da suf, lana, un abito povero di lana che essi indossavano). Le Confraternite (Tariqa, plur. Turuq) nate nel XII secolo in Iraq, sono una emanazione ed incarnazione strutturale del misticismo islamico (o sufismo); esse si diffusero specialmente tra i sunniti. Molti videro un incoraggiamento a far parte delle Confraternite, da ciò che si legge nella Sura 18 ove viene detto “Rimani in compagnia di coloro che mattino e sera invocano il Signore desiderando il Suo volto” (Cor. 18, 28). Esse raccolgono uomini (ma anche donne) col desiderio di una vita spirituale più profonda che la semplice osservanza giuridica della legge Coranica; sono comunità iniziatiche, con una struttura gerarchicizzata sotto la guida di un anziano (shaykh) che fa da maestro e da guida. Egli è spesso una persona con una esperienza mistica e attorno a lui si radunano i discepoli che desiderano imitarlo, seguendo i suoi insegnamenti, obbedendo alle sue indicazioni e consigli spirituali e morali, per un miglioramento della propria vita e di un cammino di unione con Dio. Egli trasmette loro le sue esperienze, frutto di essere stato a sua volta allievo d’un altro importante maestro dal quale ha appreso le tradizioni e le tecniche della mistica. L’iniziazione procede in base alla dottrina (Tarika, via) di questi grandi iniziati (per Es. Rumi o Mevlana, i cui adepti si chiamano “fratelli” ovvero Akh detti anche Dervisci o altri, come i “poveri”, Fukarâ’ sing. Faqîr). L’asse principale di ogni ordine sufico è indubbiamente la meditazione del Corano, la recita dei nomi di Dio, (il dhikr) e la pratica ascetica (per cui l’abito in cui si avvolgono è detto anche kafn, cioè lenzuolo, sudario). I componenti delle Confraternite si sottopongono ad un noviziato con una obbedienza cieca al maestro e l’impegno ad una conversione (tawba) profonda; alcuni conducono vita comune (molto raramente però sono celibi, perché il Corano incoraggia piuttosto il matrimonio), ma la maggior parte dei loro componenti conducono un vita normale, vivendo in famiglia ed avendo un proprio lavoro, partecipando ai raduni o colloqui o feste particolari. Quando le confraternite si sono imbattute in credi differenti, si sono adattate all’uso comune integrando nella loro visione del mondo i simboli autoctoni (per es. il marabuttismo, i culti africani, l’animismo) ed ogni volta che le fusioni sono state positive è nata una nuova cultura e il simbolismo delle Confraternite ha contrbuito al simbolismo islamico nel suo insieme, unendo alla dottrina e alle sue applicazioni il misticismo sufico. Questi gruppi sono diventati a volte (anche per le donazioni ricevute e per la loro diffusione) delle comunità importanti, con un notevole potere economico, contribuendo alla creazione di nuove entità politiche (come in Persia con lo stato safavide, o come nel Senegal). Molte di queste Confraternite sono ancor oggi fiorenti, sia in Egitto, sia in nell’Africa centro-settentrionale, che nel Medio Oriente e un po’ in tutto il mondo islamico. Da qui stanno diffondendosi per l’emigrazione, anche nei paesi occidentali, i teologi ortodossi hanno però sempre guardato con sospetto questi movimenti sufici, nel timore che essi uscissero dall’ortodossia ufficiale e spesso i suoi componenti sono stati violentemente perseguitati. Mauro Pesce (segue) |
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