La Conferenza Episcopale Siciliana ha recentemente pubblicato un Sussidio pastorale per offrire alle chiese dell’isola indicazioni utili per i rapporti con gli immigrati di confessione musulmana. Non stupisce che la Chiesa siciliana si senta più direttamente coinvolta in un dialogo con l’Islam. In Sicilia Cristianesimo e Islam hanno una lunga e complessa memoria storica che ha il respiro dei secoli. Basti pensare che a Palermo dall’832 al 1072 vi erano trecento moschee, tanto da essere definita la “capitale degli arabi”. Per cui l’attuale presenza islamica in Sicilia non si riduce ai soli termini economici, ma chiama in causa anche fattori culturali e religiosi. Si aggiunga che la diffusione capillare degli immigrati comporta la pratica di un culto organizzato e la presenza di movimenti politici che fanno riferimento all’Associazione dei Fratelli Musulmani: culto e movimenti che mettono in discussione la statuto della persona e del diritto familiare e patrimoniale, propri delle leggi italiane.

Attualmente in Sicilia vivono 20mila musulmani, con netta prevalenza tunisina, che si gestiscono autonomamente nella sfera religiosa e sociale: si nota quindi un sentimento di reciproca estraneità tra gli immigrati e la popolazione locale. Poiché non esiste un solo Islam, ma diverse forme di osservanza islamica, ogni singola comunità islamica tende ad assumere una sua propria e marcata identità. Queste diverse forme di Islam appaiono anche nelle proposte avanzate presso il governo italiano dalle tre diverse organizzazioni dell’Islam italiano: l’Associazione dei Musulmani in Italia, la Comunità Religiosa Islamica, l’Unione delle Comunità e delle Organizzazioni islamiche italiane. Proposte che sono risultate comunque sempre conflittuali con l’ordinamento giuridico italiano. Va annotata inoltre l’antica e radicata tendenza assimilatrice di stampo arabo-centrico, in contrasto con la spinta all’universalismo e all’interculturalità. Perciò pur ammettendo che una parte degli enunciati coranici sia compatibile con la rivelazione biblico-cristiana, risulta assai problematico spingersi verso un’apertura maggiore.

Quale dialogo pastorale è allora possibile? Ne vengono ipotizzati vari tipi. Innanzi tutto un dialogo tra esperti, partendo da una precisa ammissione delle diverse identità a confronto, attenti a non scambiare la volontà di dialogo con un’intesa raggiunta per forza attraverso un irenismo disimpegnato e irresponsabile. C’è poi un dialogo nelle strutture caritative di accoglienza e di assistenza nelle molteplici forme del volontariato, anche se in diversi casi si è registrata la dolorosa scoperta di diffidenze e reazioni inaspettate. C’è inoltre il dialogo nell’esperienza quotidiana ordinaria, e infine il dialogo della coppia nei matrimoni così detti misti, islamo-cristiani. Questi riguardano generalmente donne italiane di tradizione cattolica e uomini non italiani di tradizione musulmana. Fin quando i coniugi vivono in Italia è verosimile che sia rispettato l’indirizzo concordato al momento delle nozze, per es. sull’educazione dei figli, ma se la famiglia si trasferisce nel paese di origine dell’uomo, tale indirizzo viene inesorabilmente annullato.

Quali suggerimenti pastorali dare? Pochi e pratici: non concedere locali o spazi del culto cristiano come luoghi di culto per i musulmani, perché il gesto viene interpretato e propagandato come rinuncia dei cristiani alla loro identità religiosa. Esigere che le pratiche, istituzioni, tradizioni, simboli religiosi, caratterizzanti da sempre la fede del nostro popolo, siano effettivamente rispettati da chi appartiene a culture e tradizioni diverse. Infine discernere con cura e mettere alla prova le richieste di mutamento di religione. In sostanza se si vuol capire qualcosa dell’Islam e portare avanti un dialogo serio, si deve avere ben chiara coscienza della propria identità cristiana.

Il testo della Conferenza Episcopale Siciliana non fa riferimento alle sollecitazioni fondamentaliste cui sono soggetti gli immigrati musulmani. Esiste attualmente una ideologia aggressiva che ritiene ci siano due soli tipi di società, quella islamica, definita come il “partito di Dio” e quella antislamica detta “partito di Satana”, nel quale sono compresi anche i regimi musulmani compromessi con l’Occidente. In questa visione non esiste dialogo, ma solo una guerra santa, in cui assassini politici, terrorismo, martìrii suicidi, appaiono giustificati. Che vi siano cellule islamiche in Italia, influenzate da tale dottrina, è ormai fuori discussione e non se ne può prescindere per un discernimento realistico dell’Islam e in vista di un dialogo basato sulla franchezza e il rispetto reciproco.

Dario Rezza

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