Seconda Parte

la Prima parte  è stata pubblicata su Confraternite Oggi N. 15/2004, p. 4

Il sufismo, ha affermato Cheikh Hamza Boubakeur, Imam della moschea di Parigi, «non è una scuola teologico-giuridica, né uno scisma, né una setta, esso è anzitutto un metodo islamico di perfezionamento interiore, di equilibrio, una sorgente di fervore profondamente vissuto e gradualmente ascendente (…) col desiderio di vivere per Dio, meditando la Sua legge, interiorizzandola, sperimentandola»¹.

Lo scopo ultimo del Sufi è la wa_dat al-wudj>d (unio mystica), il congiungimento dell’ animo con Dio. La mistica islamica è un cammino verso Dio con delle tappe.

La prima stazione è la tauba, cioè il distacco dai peccati e alla rinuncia delle preoccupazioni del mondo; viene anche citato a questo proposito un hadit del Profeta Muhammad che al ritorno da una battaglia disse:

« siamo tornati dalla piccola guerra santa, ora dobbiamo fare la grande guerra santa». I suoi compagni chiesero:«Qual è la grande guerra santa?». Rispose: «La guerra contro il proprio io».

Abbiamo poi il tawakkul, cioè la confidenza e l’abbandono totale in Dio; un’altra tappa della via ascetica è la sabr, cioè la pazienza. Nel Corano infatti si dice, riguardo a Giobbe e Giacobbe, che « Dio è con coloro che si dimostrano pazienti» (Cor. 2, 103).Un proverbio arabo dice che « la pazienza è la chiave della gioia» e questo detto è stato ripetuto migliaia di volte da mistici e poeti.      

L’attitudine centrale poi della vita dei componenti la confraternita è quella della faqr, la povertà. Essa non solo è assenza di ricchezza, ma anche l’assenza di desiderio e quindi anche assenza di richieste di ogni tipo (distacco dalle cose e dalle creature, in definitiva povertà da se stessi, un “non essere”).

Lo sguardo rivolto a Dio, insegna poi all’uomo a cogliere la benedizione di Dio anche nella sofferenza, nelle afflizioni della vita e nella morte, sottomettendosi con piena fiducia alla Sua volontà, abbandonandosi a Lui perché Egli sa e vede e agisce. Occorre arrivare al punto che dolore e morte siano i benvenuti perché è ciò che Lui vuole, e quindi occorre accettarli come una Sua volontà. Questo rallegrarsi della sofferenza abbandonandosi in Dio porta l’uomo alla perfezione e tutto ciò permette di “volare” in Lui (alla morte di al-Ghazâlî venne trovata sotto il suo capo una poesia che aveva scritto durante la sua ultima malattia; diceva: «Io sono un uccello: questo corpo era la mia gabbia, ma sono volato via, lasciandolo come segno»²).

Occorre poi vivere il momento presente: esso aiuta ad essere completamente alla presenza di Dio, nudi e poveri di tutto di fronte a Lui. È per questo che i sufi sono anche chiamati ibn al-waqt cioè “figli del momento presente”.

Le successive stazioni del viaggio (o della salita) sulla via mistica sono poi l’amore e la gnosi (mahabba e ‘rifa). Esse sono spesso considerate complementari l’una all’altra, tanto che Al-Ghazzali diceva che « L’amore senza la gnosi è impossibile, non si può amare chi non si conosce» (G4, 254).

E l’amore porta poi all’annichilimento in Dio. Junayd diceva; «L’amore è l’annichilimento dell’amante negli attributi di Dio ed essere confermati nella essenza del Ben-Amato» (H40) e «ciò consiste che le qualità del Ben-Amato entrino e sostituisconoalle qualità dell’amato» (L59).

Possiamo parlare del cammino sufi come di un viaggio (o una salita o una scala), che ricorda il versetto della “ricerca del ritorno” (istirj): «In verità a Dio apparteniamo e a Lui ritorneremo» (Cor.2, 156). È però difficile intendere ciò che i sufi intendono per “viaggio” (suluk) cioè l’approfondimento interiore inteso come riflusso del Sé infinito in direzione del suo Principio Divino.

Fin dai primi tempi venne anche usato il “rosario” islamico (tasb, sub-a) di provenienza indiana (da quando l’islam si insediò nel subcontinente indiano, vi furono sempre scambi intellettuali tra sufi e brahamani): esso è composto da 33 o 99 perline; va fatto scorrere pronunciando i “99 bei nomi di Dio” (dhikr). Spesso però si può ripetere un unico nome di dio, secondo lo stato d’animo della persona e l’indicazione del maestro.

La meditazione (specie sul Corano) va poi fatta in condizioni di purezza rituale e il periodo più favorevole è considerato quello tra la seconda e quarta ora della notte.

Questo cammino spirituale che si concentra sull’amore per Dio e il desiderio di unirsi a Lui, ha delle conseguenze e dei riflessi sulla vita pratica quotidiana e nell’amore al prossimo, visto come creatura di Dio.

I componenti delle Confraternite infatti, sanno che Dio è unico e assoluto ed Egli è clemente e misericordioso verso tutti gli uomini ed essi stessi sono dunque portati ad avere verso ogni uomo un sentimento di fraternità e di dialogo per costruire un mondo migliore, nella pace e nella fraternità.

L’ascesi che essi praticano, non si discosta molto spesso da quella cristiana. Anzi, anche secondo eminenti studiosi (penso al Carmelitano P. Castellano Rettore del Teresianum di Roma), il contatto dei cristiani con l’ambiante sufico islamico ha certamente influenzato positivamente la mistica cristiana (Santa Teresa è vissuta a contatto con l’ambiente islamico: dopo la conquista nel 1085 della Toledo araba ad opera di Alfonso VI, il Savio, Sovrano di Castiglia e Leon, egli fece tradurre dall’arabo in castigliano e in latino diversi trattati dall’importante biblioteca e centro di traduzione che esisteva in questa città; si ebbe perciò in tutta l’Europa medioevale una diffusione della letteratura araba che influenzo fortemente la mentalità del XII, fin verso il XIV-XV secolo.

Il fatto di ritrovare quindi degli elementi comuni favorisce certamente una formazione al dialogo e alla ricerca vicendevole di un rapporto basato sulla coscienza che ogni uomo di fronte a Dio è nulla, che Egli solo è tutto, e che a Lui occorre sottomettersi, guardando gli altri uomini come compagni di viaggio in questo cammino verso di Lui, e ai punti in comune che si hanno con loro (come lo sforzo per fare la Sua volontà, il desiderio di unirsi a Lui, l’ascetica, il rispetto del prossimo), col desiderio di riportare questi valori nel mondo.

Anche se non è considerato Figlio di Dio come nel cristianesimo, Gesù stesso è visto nell’islam come un grande Profeta, ed egli stesso un sufi; egli è chiamato “figlio di Maria”, e Maria stessa è molto venerata fra i musulmani. A Lei è dedicata la sura 19 ed è nominata circa una quarantina di volte nel Corano (più che nel Vangelo). Essa, essendo predestinata per un atto preferenziale del Misericordioso e purificata da tutto ciò che rendeva allora una donna «legalmente impura» ha avuto una maternità verginale ed è legata a suo figlio al punto di costituire con lui un solo e medesimo «segno per l’universo» (…) non ci meravigli dunque se il Corano la propone come modello (mathal) a chi crede in Dio (Cor. 66, 12)³.

Da quanto detto, vediamo dunque che per il loro impegno ascetico e le esperienze mistiche dei componente delle Confraternite, per i valori comuni, per l’amore e la venerazione che essi hanno per Gesù e Sua Madre Maria, il dialogo con le persone appartenenti alle Confraternite islamiche (spesso non legate allo stretto giuridismo islamico ortodosso), diventa molto più facile che con l’islam ufficiale, ed esso può essere una via per costruire dei rapporti sui valori comuni e contribuire così ad una maggiore fraternità fra i popoli.

Mauro Pesce 

¹ Cheikh Hamza Boubakeur, Traité moderne de theologie islamique, Paris 1985, p. 403.

² British Museum, Ms.Add.7561, f.86.

³ M.Borrmans, Islam e cristianesimo - le vie del dialogo, Cinisello Balsamo 1993, pp. 81-82.

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