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Mario Fanti nel volume “Confraternite e città a Bologna nel medioevo
e nell’età moderna” (Herder 2001), ha raccolto otto studi, elaborati
e pubblicati separatamente in un lungo arco di tempo. La loro edizione unitaria
conferisce alla sua ricerca una validità e una compattezza maggiore
dandoci uno spaccato della devozione laicale bolognese dal 1200, cioè
dal sorgere del Movimento dei Disciplinati, alla fine del settecento, quando
nella città si istallò il regime repubblicano al seguito delle
truppe francesi. Al di là dell’analisi dello sviluppo, fioritura e decadenza di questo microcosmo della pietà bolognese, collegato a movimenti culturali e religiosi di più ampio respiro, l’autore mette in luce la motivazioni profondamente umane, i temi spirituali distintivi di ogni confraternita, il raccordo che queste istituzioni hanno avuto con la vita della città e nell’ambito della vita ecclesiale. Vengono infatti esposti e commentati documenti, che pongono in risalto il valore storico della ricerca e nello stesso tempo segnano il rapporto delle confraternite, pur nelle proprie dimensioni, con l’evolversi della civiltà e della cultura popolare italiana in una città di intensa vita civica e religiosa. Nelle oltre seicento pagine del volume tutti i saggi meritano attenzione: segnaliamone due in particolare. Il primo sulla Compagnia dei Poveri, istituzione di mutuo soccorso, sorta nel 1576 per opera di “sette homini poveri fatiganti”, ed ebbe una ramo maschile e uno femminile. Si calcola che nel 1595 vi facessero parte 1300 uomini e poco minore numero di donne. Una delle preoccupazioni costanti di questa associazione fu quella di impedire che si facessero distinzioni tra i confratelli: il vincolo della mutua e concreta carità imponeva uguali diritti e uguali doveri. Essa anticipa, come nota l’autore, la mutualità moderna, ma soprattutto esalta quello spirito intriso di un umanesimo cristiano concreto, fatto di pratiche di pietà e di azione caritativa, che molto ha giovato al rinnovamento della vita quotidiana e sociale in tanti periodi della storia. Un altro studio descrive il passaggio graduale da istituzione monastica a forma confraternale e ad ente di pubblica assistenza di una delle più antiche istituzioni assistenziali bolognesi, l’Ospedale di San Procolo o dei Bastardini. Si calcola che nella città di Bologna i fanciulli abbandonati ammontassero in capo a un anno (si fa riferimento al 1450) a circa 120. Il Fanti si sofferma su queste microstorie degli esposti in età neonatale e sui gravi problemi di ordine umanitario e morale che comportavano. I poteri pubblici non poterono perciò rimanere per lungo assenti. Il progressivo coinvolgimento dell’autorità civile nell’opera di protezione dei più deboli fornisce comunque un bell’esempio di assunzione di responsabilità pubblica rispettosa delle convinzioni e delle pratiche religiose di coloro che esercitavano concretamente questo servizio alla comunità. Nel 1788, alla vigilia della occupazione della città da parte delle truppe francesi, le Confraternite attive entro le mura cittadine erano ancora 59, senza contare altri numerosi sodalizi e pie unioni: tutte ebbero nel corso della loro storia rilevanza religiosa, sociale e in qualche misura politica, ma il loro declino negli ultimi due secoli, anche se lento, fu costante. Con la soppressione delle “corporazioni ecclesiastiche” e la confisca dei loro beni, le Confraternite, anche se non ufficialmente soppresse, perdevano le loro chiese, gli oratori, i beni mobili e immobili e ogni rilevanza sociale. La politica laica e autoritaria del nuovo Stato repubblicano e napoleonico nei confronti della Chiesa portò così all’estinzione di secolari esperienze di bene, che la ristrutturazione in senso laico e pubblico della gran parte della beneficenza organizzata poté forse sostituire materialmente, ma privò della sua anima e della sua ispirazione cristiana. L’opera di Mario Fanti appare quindi di grosso rilievo non solo per la presentazione documentata e accurata della vita delle confraternite bolognesi, ma anche per lo sviluppo sociale di cui esse furono artefici e che inserisce queste istituzioni di pietà (nel duplice significato di preghiera e di misericordia) nell’ambito di quella storia così detta minore, fatta non di imprese di grandi personaggi e di date di battaglie e trattati, ma storia della vita quotidiana degli umili, che in definitiva è quella che conta davanti a Dio. Dario Rezza |
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